Le piazze della protesta vengono da lontano,
dal lavoro non completato dalla guerra partigiana
e nella stagione del terrorismo
Non comprendo la tardiva vocazione pedagogica recente di molti esponenti del ceto politico italiano nazionale e locale, cui si aggiungono i non pochi loro corifei: in questi tempi di rievocazione e celebrazione di fondamentali e dirimenti eventi della Storia patria, costoro s’appalesano tutti tesi, col loro strologare pletorico, nel rivolgersi “ai giovani” come se davvero fossero in grado di insegnare qualcosa a qualcuno; come se fossero – passata la stagione del loro strapotere localistico e di un certo professionismo pronubo messo al servizio fraudolento di interessi delle cricche – capaci di analizzare, ponderare e vagliare pezzi di storia nazionale o questioni di carattere culturale e/o politico, con l’autorevolezza morale che tali esternazioni pretendono. L’autorevolezza morale non discende tout-court dall’autorità ed è la sola condizione che consente di rivolgersi a chi è più giovane nel farsi della vita. Sulla guerra di liberazione, sulle tante battaglie sociali e politiche per la democrazia e per la difesa dei diritti, sulla stagione dell’orrore terroristico che l’ha segnata nella carne, questa nazione ha fondato la propria dignità.
Trovo stucchevole, quindi, rivolgersi “ai giovani”, soprattutto su problemi che questa nazione (e la generazione che l’ha gestita) non è stata ancora (!) in grado di risolvere o di affrontare a
viso aperto, senza infingimenti e senza gli ipocriti rassemblements accademici d’occasione. La guerra partigiana (con le sue interne contraddizioni), gli eccidi nazifascisti o le foibe
sono calda materia dell’ossatura nazionale: sono ancora una contraddizione palese e viva, nonostante i recenti anni infantilmente detti di “pacificazione” o del “volemose bene” dysneiano
che una retorica malafede ha imposto al linguaggio dei media. Ribolle, frattanto, ancora la tensione identitaria della stagione del terrorismo: abbiamo detto allora non più sangue, ma ne è stato
versato a fiumi, più di quattrocento le vittime in venti anni “di pace”.
Scriveva, in Angelus novus, Walter Benjamin: «La storia è oggetto di una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello pieno di
tempo-ora». Si notino i termini suggestivi nella sequenza lessicale: oggetto, costruzione, luogo e tempo. Sono in una relazione semantica gravida di questioni che non
lascerei nel dimenticatoio di un buonismo salottiero. La storia è nella relazione “strutturata” tra individui e contesti; la buona volontà dei singoli si confronta (o si scontra) con le
condizioni materiali in cui vengono spese le vite.
Quando abbiamo compreso, con ritardo, che le diversità erano la ricchezza del terzo millennio non si era inteso certamente sostenere la causa di un uniformismo coatto ed “importato” per giunta. Per questi motivi le responsabilità di una classe politica senza progetto partecipato sono enormi.
“Costruire un luogo” dove fluidificassero le esistenze nella pace è stato l’obiettivo principale della Costituzione italiana ma potevamo glissare sulla disponibilità culturale degli italiani a “soccorrere” i vincitori, come diceva Flaiano? Nel secondo dopoguerra «… l’apatia di molta parte della società italiana che era stata e stava indifferente a guardare e doveva essere guadagnata al compito storico della ricostruzione morale nazionale. La responsabilità ricadde tutta intera sui partiti, i soggetti attivi di questa ricostruzione». È una meditata, amara, considerazione di Gustavo Zagrebelsky sul difficile cominciamento democratico della res publica e non l’esternazione lamentosa di un signor qualunquista contro tutti (altra disciplina sportiva nazionale). Bisognerebbe rifuggire dal solipsismo retorico e dall’autoreferenziale cronachismo quando s’affrontano temi costitutivi l’identità nazionale. Bisognerebbe far tacere i soloni bancarottieri, i chierici tangentisti paludati da pensatori ed i piccoli profetizzanti Savonarola di quartiere in cerca di una rinnovata verginità sociale: non ravvedo più le condizioni per la gentile considerazione di Gramsci sugli intellettuali locali: costoro sono troppo subalterni e sempre proni.
La strategia del terrorismo insisteva in un contesto fortemente antagonista, questione sottaciuta per comodità o pavidità: le condizioni sociali di allora erano drammaticamente selettive mentre
principiava la fase di strapotere dei partiti. La condanna della violenta effrazione dello stato è stata unanime solo in apparenza: altri morti sono seguiti, altre vite spezzate sull’altare di un
capitalismo isterizzato dalle proprie contraddizioni. La “pace” è stata imposta per comparti; lo stragismo, i corpi separati dello stato, il frondismo assassino, i falsi riformisti, le vecchie e
nuove tentazioni d’autoritarismo: tutto è confluito in un calderone conflittuale tra tiepidi sussulti democratici e drammatiche lacerazioni di classe, dimenticando che la lotta armata veniva
follemente propugnata a partire però dall’asprezza dei rivolgimenti sociali ed economici.
C’è un’onda lunga dello scontento che trae origine da quel humus esacerbato e che conquista nuovo terreno fertile ora. In questi giorni don Gallo – riferendosi a tragiche condizioni umane – ci ricorda che i suicidi, letti sull’orizzonte della dignità, potrebbero tramutarsi in omicidi. Anche nel dopoguerra i fucili furono deposti, e non sempre con convinzione. Si avverte ora, come allora, che il lavoro non è stato completato: altre disuguaglianze, altri imperiosi nemici della democrazia, altri troppi furbetti d’ogni tipo invadono – come metastasi – il corpo sfiancato della nazione per giunta in un clima di danza per ninfette e lenoni. Mentre sulla scena urbana aumentano le proteste dei lavoratori.
Pensare che gli “idioti dell’orrore” siano stati ad uccidere Delcogliano, Iermano sarebbe semplicistico, la qual cosa tenderebbe ad assolverci come società civile dalle colpe gravi e dalle responsabilità che allora non ci assumemmo, soprattutto nell’analizzare cause e protagonisti, nel mettere in campo le teorie dei soggetti separati, di strategie esterne alla composizione sociale: l’antagonismo violento che ci ritroveremo nelle piazze e nelle strade ha radici nel malessere non raccolto dai riformismi tiepidi e presi nei lacci del marketing dei neomercati. Allora, come ora, i capi del riformismo europeo parlavano di tassi, di borsa e di nomine mentre nelle città cresce il gelo della disoccupazione, mentre l’orizzonte dei “giovani” è buio e cupo e senza progetto. Non fu assunto, nella stagione del terrore, il grido di dolore e non fu trasformato in contenuto politico e navigammo come beoti verso l’Eldorado della grande panacea della spesa pubblica. I morti suicidi dei nostri giorni nascono da lì, dall’irresponsabile nazione piccolo-borghese che siamo stati e siamo ancora, nonostante il buonismo di facciata; la nostra è una società divisa che radicalizza le differenze e le distanze, non include ma esclude, non media e si prepara allo scontro. Lo scenario reca i poteri forti allineati, i Masaniello di turno già in piazza e, sul fondo, forconi e pendagli per la forca.
La facies buonista che presentiamo sui media ha sempre due volti: uno ipocrita e consolatorio, l’altro furbesco ed opportunista. Le “camere di compensazione” pensate da quarant’anni se non
soluzioni truffaldine appaiono, nell’abaco dei compromessi, quantomeno delle pie illusioni: le strade fremono al momento e potrebbero diventare non solo luoghi dove “costruire” la protesta ma ben
altro come gli scontri di Roma e dei Notav suggeriscono. L’ira espressa nelle manifestazioni non ha ancora soggetti politici nuovi pronti a trasformare l’angoscia popolare in progetto di
società equa: il mondo intero insorge contro le dittature palesi e contro le dittature camuffate, dalla “primavera araba” agli indignados, agli esponenti di Occupy.
Quando, anni fa, i primi libri bianchi dell’Unione europea reiteravano il concetto del “bottom up” molti esponenti della politica nazionale e meridionale ne coltivarono soltanto
l’assunto neoretorico; in pratica persero il confronto con gli elettori, non comprendendo le istanze e la natura dei cambiamenti delle dinamiche sociali agli albori del duemila.
La risoluzione “tecnica” dei problemi italiani è nei fatti un’ulteriore illusione di una borghesia incapace d’essere all’altezza della propria missione storica: i mediocri ambiziosi hanno sostituito i padri della patria (quando gli scanni del potere erano quelli dei De Gasperi, dei Nenni, dei Togliatti,…) sentendosi pure il sale della terra nell’infurbita e compiaciuta gestione del proprio pezzo di potere. Da questa genia le masse dei diseredati, dei nuovi proletari, dei “dannati della terra” prenderanno presto le distanze rischiando di sommovimentare l’ordine conosciuto. E se lo facessero violentemente? Una società iniqua pretende schiavi e non cittadini, esige servi col braccio teso alla briciola di pane ed esporta la democrazia; una società iniqua esaspera la forbice sociale ma senza saperlo nutre il germe della ribellione.
Siamo sul crinale di un passaggio storico serissimo: dunque, tacciano i pedagoghi impropri bisognosi di rivolgersi ai giovani per obliare la propria ipocrisia, tacciano gli inutili raccoglitori
di prebende, tacciano i benpensanti cullati dall’idiozia televisionata, tacciano i delinquenti che hanno sottratto spazio vitale a quei giovani; restino pure soli nell’antica forma-partito
ereditata.
Sebbene la terra sia “stanca sotto la neve”, come diceva Faber, e questo sia l’inverno del nostro scontento perché siamo più soli, da qui bisogna ripartire, senza illusioni ma con il rigore
morale che i nostri morti esigono e con la consapevolezza del tanto sangue versato dalla nazione.
Gaetano Cantone · 5 maggio 2012
* Uno stralcio di questo testo è stato pubblicato il 7 maggio sul periodico on line "Il Vaglio"
con il titolo Delcogliano e Iermano: le stragi del terrorismo al seguente link:
http://www.ilvaglio.it/opinioni/luccisione-di-delcogliano-e-iermano-ribolle-ancora-la-tensione-identitaria-della-stagione-del-terrorismo/
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