Wednesday 9 may 2012 3 09 /05 /Mag /2012 13:46

Le piazze della protesta vengono da lontano,

dal lavoro non completato dalla guerra partigiana

e nella stagione del terrorismo

 

 

Non comprendo la tardiva vocazione pedagogica recente di molti esponenti del ceto politico italiano nazionale e locale, cui si aggiungono i non pochi loro corifei: in questi tempi di rievocazione e celebrazione di fondamentali e dirimenti eventi della Storia patria, costoro s’appalesano tutti tesi, col loro strologare pletorico, nel rivolgersi “ai giovani” come se davvero fossero in grado di insegnare qualcosa a qualcuno; come se fossero – passata la stagione del loro strapotere localistico e di un certo professionismo pronubo messo al servizio fraudolento di interessi delle cricche – capaci di analizzare, ponderare e vagliare pezzi di storia nazionale o questioni di carattere culturale e/o politico, con l’autorevolezza morale che tali esternazioni pretendono. L’autorevolezza morale non discende tout-court dall’autorità  ed è la sola condizione che consente di rivolgersi a chi è più giovane nel farsi della vita. Sulla guerra di liberazione, sulle tante battaglie sociali e politiche per la democrazia e per la difesa dei diritti, sulla stagione dell’orrore terroristico che l’ha segnata nella carne, questa nazione ha fondato la propria dignità.


Trovo stucchevole, quindi, rivolgersi “ai giovani”, soprattutto su problemi che questa nazione (e la generazione che l’ha gestita) non è stata ancora (!) in grado di risolvere o di affrontare a viso aperto, senza infingimenti e senza gli ipocriti rassemblements accademici d’occasione. La guerra partigiana (con le sue interne contraddizioni), gli eccidi nazifascisti o le foibe sono calda materia dell’ossatura nazionale: sono ancora una contraddizione palese e viva, nonostante i recenti anni infantilmente detti di “pacificazione” o del “volemose bene” dysneiano che una retorica malafede ha imposto al linguaggio dei media. Ribolle, frattanto, ancora la tensione identitaria della stagione del terrorismo: abbiamo detto allora non più sangue, ma ne è stato versato a fiumi, più di quattrocento le vittime in venti anni “di pace”.


Scriveva, in Angelus novus, Walter Benjamin: «La storia è oggetto di una  costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma quello pieno di tempo-ora». Si notino i termini suggestivi nella sequenza lessicale: oggetto, costruzione, luogo e tempo. Sono in una relazione semantica gravida di questioni che non lascerei nel dimenticatoio di un buonismo salottiero. La storia è nella relazione “strutturata” tra individui e contesti; la buona volontà dei singoli si confronta (o si scontra) con le condizioni materiali in cui vengono spese le vite.

Quando abbiamo compreso, con ritardo, che le diversità erano la ricchezza del terzo millennio non si era inteso certamente sostenere la causa di un uniformismo coatto ed “importato” per giunta. Per questi motivi le responsabilità di una classe politica senza progetto partecipato sono enormi.

 

“Costruire un luogo” dove fluidificassero le esistenze nella pace è stato l’obiettivo principale della Costituzione italiana ma potevamo glissare sulla disponibilità culturale degli italiani a “soccorrere” i vincitori, come diceva Flaiano? Nel secondo dopoguerra «… l’apatia di molta parte della società italiana che era stata e stava indifferente a guardare e doveva essere guadagnata al compito storico della ricostruzione morale nazionale. La responsabilità ricadde tutta intera sui partiti, i soggetti attivi di questa ricostruzione». È una meditata, amara, considerazione di Gustavo Zagrebelsky sul difficile cominciamento democratico della res publica e non l’esternazione lamentosa di un signor qualunquista contro tutti (altra disciplina sportiva nazionale). Bisognerebbe rifuggire dal solipsismo retorico e dall’autoreferenziale cronachismo quando s’affrontano temi costitutivi l’identità nazionale. Bisognerebbe far tacere i soloni bancarottieri, i chierici tangentisti paludati da pensatori ed i piccoli profetizzanti Savonarola di quartiere in cerca di una rinnovata verginità sociale: non ravvedo più le condizioni per la gentile considerazione di Gramsci sugli intellettuali locali: costoro sono troppo subalterni e sempre proni.


La strategia del terrorismo insisteva in un contesto fortemente antagonista, questione sottaciuta per comodità o pavidità: le condizioni sociali di allora erano drammaticamente selettive mentre principiava la fase di strapotere dei partiti. La condanna della violenta effrazione dello stato è stata unanime solo in apparenza: altri morti sono seguiti, altre vite spezzate sull’altare di un capitalismo isterizzato dalle proprie contraddizioni. La “pace” è stata imposta per comparti; lo stragismo, i corpi separati dello stato, il frondismo assassino, i falsi riformisti, le vecchie e nuove tentazioni d’autoritarismo: tutto è confluito in un calderone conflittuale tra tiepidi sussulti democratici e drammatiche lacerazioni di classe, dimenticando che la lotta armata veniva follemente propugnata a partire però dall’asprezza dei rivolgimenti sociali ed economici.

 

C’è un’onda lunga dello scontento che trae origine da quel humus esacerbato e che conquista nuovo terreno fertile ora. In questi giorni don Gallo – riferendosi a tragiche condizioni umane – ci ricorda che i suicidi, letti sull’orizzonte della dignità, potrebbero tramutarsi in omicidi. Anche nel dopoguerra i fucili furono deposti, e non sempre con convinzione. Si avverte ora, come allora, che il lavoro non è stato completato: altre disuguaglianze, altri imperiosi nemici della democrazia, altri troppi furbetti d’ogni tipo invadono – come metastasi – il corpo sfiancato della nazione per giunta in un clima di danza per ninfette e lenoni. Mentre sulla scena urbana aumentano le proteste dei lavoratori.

 

Pensare che gli “idioti dell’orrore” siano stati ad uccidere Delcogliano, Iermano sarebbe semplicistico, la qual cosa tenderebbe ad assolverci come società civile dalle colpe gravi e dalle responsabilità che allora non ci assumemmo, soprattutto nell’analizzare cause e protagonisti, nel mettere in campo le teorie dei soggetti separati, di strategie esterne alla composizione sociale: l’antagonismo violento che ci ritroveremo nelle piazze e nelle strade ha radici nel malessere non raccolto dai riformismi tiepidi e presi nei lacci del marketing dei neomercati. Allora, come ora, i capi del riformismo europeo parlavano di tassi, di borsa e di nomine mentre nelle città cresce il gelo della disoccupazione, mentre l’orizzonte dei “giovani” è buio e cupo e senza progetto. Non fu assunto, nella stagione del terrore, il grido di dolore e non fu trasformato in contenuto politico e navigammo come beoti verso l’Eldorado della grande panacea della spesa pubblica. I morti suicidi dei nostri giorni nascono da lì, dall’irresponsabile nazione piccolo-borghese che siamo stati e siamo ancora, nonostante il buonismo di facciata; la nostra è una società divisa che radicalizza le differenze e le distanze, non include ma esclude, non media e si prepara allo scontro. Lo scenario reca i poteri forti allineati, i Masaniello di turno già in piazza e, sul fondo, forconi e pendagli per la forca.


La facies buonista che presentiamo sui media ha sempre due volti: uno ipocrita e consolatorio, l’altro furbesco ed opportunista. Le “camere di compensazione” pensate da quarant’anni se non soluzioni truffaldine appaiono, nell’abaco dei compromessi, quantomeno delle pie illusioni: le strade fremono al momento e potrebbero diventare non solo luoghi dove “costruire” la protesta ma ben altro come gli scontri di Roma e dei Notav suggeriscono. L’ira espressa nelle manifestazioni non ha ancora soggetti politici nuovi pronti a trasformare l’angoscia popolare in progetto di società equa: il mondo intero insorge contro le dittature palesi e contro le dittature camuffate, dalla “primavera araba” agli indignados, agli esponenti di Occupy.
Quando, anni fa, i primi libri bianchi dell’Unione europea reiteravano il concetto del “bottom up” molti esponenti della politica nazionale e meridionale ne coltivarono soltanto l’assunto neoretorico; in pratica persero il confronto con gli elettori, non comprendendo le istanze e la natura dei cambiamenti delle dinamiche sociali agli albori del duemila.

 

La risoluzione “tecnica” dei problemi italiani è nei fatti un’ulteriore illusione di una borghesia incapace d’essere all’altezza della propria missione storica: i mediocri ambiziosi hanno sostituito i padri della patria (quando gli scanni del potere erano quelli dei De Gasperi, dei Nenni, dei Togliatti,…) sentendosi pure il sale della terra nell’infurbita e compiaciuta gestione del proprio pezzo di potere. Da questa genia le masse dei diseredati, dei nuovi proletari, dei “dannati della terra” prenderanno presto le distanze rischiando di sommovimentare l’ordine conosciuto. E se lo facessero violentemente? Una società iniqua pretende schiavi e non cittadini, esige servi col braccio teso alla briciola di pane ed esporta la democrazia; una società iniqua esaspera la forbice sociale ma senza saperlo nutre il germe della ribellione.


Siamo sul crinale di un passaggio storico serissimo: dunque, tacciano i pedagoghi impropri bisognosi di rivolgersi ai giovani per obliare la propria ipocrisia, tacciano gli inutili raccoglitori di prebende, tacciano i benpensanti cullati dall’idiozia televisionata, tacciano i delinquenti che hanno sottratto spazio vitale a quei giovani; restino pure soli nell’antica forma-partito ereditata.
Sebbene la terra sia “stanca sotto la neve”, come diceva Faber, e questo sia l’inverno del nostro scontento perché siamo più soli, da qui bisogna ripartire, senza illusioni ma con il rigore morale che i nostri morti esigono e con la consapevolezza del tanto sangue versato dalla nazione.

 

Gaetano Cantone · 5 maggio 2012

 

* Uno stralcio di questo testo è stato pubblicato il 7 maggio sul periodico on line "Il Vaglio"

con il titolo Delcogliano e Iermano: le stragi del terrorismo al seguente link:

http://www.ilvaglio.it/opinioni/luccisione-di-delcogliano-e-iermano-ribolle-ancora-la-tensione-identitaria-della-stagione-del-terrorismo/

Di Gaetano Cantone
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Tuesday 8 may 2012 2 08 /05 /Mag /2012 09:10

L’uccisione di Delcogliano e Iermano: ribolle ancora la tensione identitaria della stagione del terrorismo

http://www.ilvaglio.it/opinioni/luccisione-di-delcogliano-e-iermano-ribolle-ancora-la-tensione-identitaria-della-stagione-del-terrorismo/

Di Gaetano Cantone
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Friday 16 march 2012 5 16 /03 /Mar /2012 12:20

Sta prendendo piede una fronda anticulturale che veste i panni di crociati contro il pensiero dei saccenti

 

Articolo da il Quaderno n° 577 del 23 - 05 - 2010

 

Storie di impegno e di felice emancipazione intellettuale di tanti discenti,

di integerrimi docenti volti al bene supremo della conoscenza,

di piccoli grandi esperimenti di qualità per la felicità gratuita dell'apprendimento



La necessità di farsi una cultura, d’essere consapevoli sulla storia delle idee, di avere una o più discipline in cui essere bene edotti del loro dipanarsi, sembra una dichiarazione virtuosamente ipocrita.
La cultura non è al primo posto delle riflessioni degli italiani, né delle loro letture, anzi; sta prendendo piede una fronda anticulturale che veste i panni di crociati contro il pensiero dei saccenti. Certo, tutto questo si giustifica proprio per la saccente prosopopea autoreferenziale dei cosiddetti “saggi”. Se i sapienti appaiono in perenne orgasmo da cattedra, credo si debba alla loro perdita d’autorevolezza presso larghe fasce della società contemporanea. La deculturizzazione serpeggiante, a volte permeata d’afrori inveleniti, restituisce nel proprio modo arrogante e con autosufficienza semantica una verità che, fa male a dirlo, la casta del sapere percepisce già da alcuni anni.
Basta pensare al passato anche non recente per comprendere il degrado valoriale che ha assunto quella che una volta era la funzione decorosa svolta da maestri ed insegnanti italiani nel lungo corso della scuola italiana. Storia di impegno e di felice emancipazione intellettuale di tanti discenti, storia di integerrimi docenti volti al ben supremo della conoscenza, storia di piccoli grandi esperimenti di qualità (la Montessori, la Scuola di Barbiana) ma anche d’una felicità gratuita dell’apprendimento e dell’insegnamento. I confini della storia della popolazione scolastica del Novecento coincide anche con la storia di un lento e progressivo emanciparsi di tanti individui; sebbene evolvente verso l’indottrinamento, anche l’età del fascismo aveva colto nella formazione scolastica un ruolo per far progredire le masse rurali e del sottoproletariato urbano. I più poveri, quelli che non erano, per l’appunto, i “signori”, quelli che, in altre parole, non avrebbero potuto aspirare ad essere classe dirigente, s’affacciano al sapere, al “far di conto”, alla decrittazione delle gabbie tipografiche, avvicinando così alla lettura impensabili fruitori. L’Italia repubblicana amplia, corregge e migliora l’antica ascendenza umbertina, ne fa partecipe la nazione con tentativi di riforme di settore; gli anni del secondo dopoguerra sono gli anni in cui anche l’editoria ripropone il libro ”economico”, non d’eccelsa qualità ma di prezzo modesto. Infatti, dagli anni cinquanta, i Centri di lettura e Informazione, a cura del Servizio per l’Educazione Popolare, distribuivano gratuitamente libri che, incastonati in un’ideale biblioteca “popolare”, venivano editi dalla Mondadori. Comparivano, frattanto, in libreria le austere, sobrie e luterane copertine grigie, con frugali caratteri Bodoni, della Bur (Biblioteca Universale Rizzoli); nelle indicazioni editoriali c’era scritto: «… si propone di mettere alla portata di tutti le opere capitali antiche e moderne di ogni letteratura, nonché opere di cultura e di divulgazione particolarmente significative…» e tra le caratteristiche si elencavano la «…selezione accurata dei testi… tutti integrali» o «…traduzioni, sempre integrali, fedeli e controllate… conformi al gusto moderno» fino al formato tascabile e al  «…prezzo di vendita più economico consentito dal mercato italiano». Tali esperimenti, rinverditi tra gli ottanta e novanta del secolo scorso, hanno sostenuto quel nuovo e già fedele pubblico di lettori. Il libro grazie a questa produzione non era più un simbolo ostativo, mentre l’analfabetismo era combattuto anche grazie alla televisione degli anni del boom economico, con il mitico maestro Alberto Manzi e la trasmissione dal titolo didascalico ed inequivocabile Non è mai troppo tardi, andata in onda – non è un caso – dal 1959 al 1968.
C’era, allora, la speranza di apprendere per comprendere il mondo, la certezza che l’ignoranza avrebbe riportato al passato deteriore del dolore, delle differenze e delle suddivisioni sociali. Il libro, la cultura, ponevano le rinvenute istanze d’emancipazione sociale e morale che, proprio con il sessantotto, divennero apodittiche: essere liberi comportava necessariamente l’essere consapevoli e quindi critici nei confronti di una cultura – e della sua trasmissione – della “subalternità”. Ricordo un contadino sannita che, non convinto della necessità della guerra – l’epoca del Vietnam – prese a leggere un libro di Gandhi sulla non-violenza, era la fine degli anni sessanta: fu una piccola e gran lezione di civiltà.  
Ed oggi? Con le televisioni di regime avanza il machismo iattante e torbido dei ricattatori per mezzo di foto “rubate” ai “protagonisti” (?) rimbalzati agli onori della scena sui mass-media; avanza pure il libro della starlette che parla di cucina new-age ed afrodisiaca, gode d’incredibile fortuna il volumetto del comico; forse, regge qualche quotidiano sportivo. Stando ai dati 2008 dell’AIE (Associazione Italiana Editori) il giro d’affari del libro in Italia è di 3,5 miliardi di euro (-3%) mentre la vendita di copie è scesa del 12%.

Di Gaetano Cantone
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Friday 16 march 2012 5 16 /03 /Mar /2012 12:13

L'Occidente tra crisi, frantumazioni, declino e la nostalgia dei classici che ne svuota la portata

 

Articolo da il Quaderno n° 575 del 02 - 05 - 2010

 

Chi riceve addomestica l'antropologia del migrante

come a lenire la pena o l'obbligatorietà del confronto.

La conoscenza che sfida la complessità

deve abbracciare le identità in relazione, comprenderle



Accettare uno scenario permeato, sul piano identitario, dalla complessità significa porsi dinanzi al ruolo dei saperi in maniera attiva e sfiorante il pragmatismo. Sembra quasi banale richiamare le virtù degli scibili come “salvifici” delle sorti complicate dell’umanità; appelli generalizzati lambiscono di banalità finanche le trasmissioni televisive per famiglie dedite al culto dell’acritico intrattenimento.
È anche vero che la scena complessa del mondo intride la nostra quotidianità: tutto coesiste con il nulla, l’altro e l’io sono interagenti e ignari spesso delle prove cui la vita li sottopone; i popoli migrano recando tracce di un “sé” lacerato o angosciato. Chi riceve – come il nuovo popolo indifferenziato dell’Occidente affluente – addomestica l’antropologia del migrante come a voler lenire la pena e l’obbligatorietà del confronto. È spesso l’Occidente a ri-scoprirsi ignobile e violento quando dai nostri comportamenti e dalle nostre devianze sono mutuati i comportamenti adattivi degli “altri”, gli “invasori”, gli “usurpatori” dei nostri spazi vivibili, i “negri” dato che ad un certo punto tutti diventano negri e collocati a Sud di qualcosa. Siamo certi che non vi è più la consolatoria certezza che esista un “sistema di pensiero” in grado di offrirci totalizzanti interpretazioni ed univoche spiegazioni della realtà umana e naturale; non vi sono generalizzate comprensioni delle diverse facce che compongono il mondo e le diverse “culture” umane non sono plasmabili per strategie precostituite rese possibili, in apparenza, solo da vetuste concezioni politiche della realtà. Per tale motivo all’espressione “sistema di pensiero” dovremmo, fin da ora, annettervi tutte le “ideologie” che abbiamo ereditato o forgiato ad immagine e somiglianza delle nostre esigenze. Oggi si discute di “crisi” e di “frantumazioni”, accettando supinamente l’idea che può entrare in crisi, per l’appunto, un corpo unico o un sistema strutturato da elementi in stretta ed interdipendente relazione, da cui discenderebbe un mal funzionamento delle parti o del singolo pezzo; si parla di frantumazioni vagheggiando una sorta d’unità fisico-culturale corrottasi a causa di fattori esterni o interni ma in ogni modo tutti restituenti una perduta unità o un’autorevole centralità. Il successo arride però anche al concetto di “declino” come se l’Occidente avesse già raggiunto un parametro-vertice qualitativo e da cui starebbe discendendo vertiginosamente e pericolosamente; se ammettessimo tale interpretazione significherebbe che la cultura contemporanea sta abbandonando delittuosamente un livello già posseduto ma mai condiviso dai più. Da ciò deriva l’effetto nostalgia che pervade spesso il campo della rivisitazione della cultura classica; solerte con il destino delle emozioni, la visione nostalgica stende una patina e lascia ascosa la forza interrogativa ed ancora attiva dei classici: ogni generazione ha diritto ai propri classici ma bisogna rendersene conto che è finito il tempo in cui ogni generazione aveva il diritto ad assumere o destituire padri e madri.
La conoscenza che sfida la complessità deve “abbracciare” (cum+plectere) le identità in relazione, comprenderle per poterne accettare un ruolo nelle dinamiche sociali, perché il problema della totalità s’è trasformato nel problema della complessità (Lukacs) dato che la totalità è la “non verità” (Adorno), ovvero la negazione dell’esprimibile condizione di ciascun esistente. La conoscenza odierna non può avere ancora una destinazione finalistica, può invece ritrovare, adultamente e senza fatalismi, la metafora del viaggio nel senso del costruire la mappa, il portolano adatto alla navigazione, mentre il viaggio si compie, “disegnando” nel medesimo tempo in cui si solcano le acque vicino alla costa o mentre s’osserva il profilo delle rocce e la loro morfologia da lontano; uno sguardo attento nel misurare grandezze e priorità, come fa un buon geografo. Il sapiente diventa un errante in cerca di senso, convinto che la ricerca deve essere paziente e allo stesso tempo deve spogliarsi dell’esibizione vanesia che non trova ospitalità nella mutazione dei perchè.
La missione del saggio, in qualche modo non peregrino, si è complicata ancora di più: coglie se stesso come frammento in relazione con altri frammenti, accoglie ed ascolta davvero quanto di diverso da sé prova a menare i propri passi nell’universo mobile delle umane cose. Ci sollecita a questa riflessione un passo, breve ma come sempre alto, di Edgar Morin: «L’idea della complessità è soprattutto un’idea di modestia. Il mondo non può trasformarsi secondo un’ideologia che abbiamo nel cervello: non possiamo possedere il mondo nel nostro cervello. Ma il nostro cervello fa parte del mondo, che è più ricco di lui… La complessità, insomma, non è una risposta. È una domanda» (E. Morin, Complessità e crisi della totalità, intervista di C. Bordoni, L’indice dei libri del mese, III, 1986, 4, pp.24-25. Cit. in: Il materiale e l’immaginario, a cura di R. Ceserani e L. De Federicis, Loescher Editore, 1988, p. 122).

 

* Titolo redazionale

- Titolo originale: LA MODESTIA DEI SAPIENTI NELLA SFIDA ALLA COMPLESSITÀ

Di Gaetano Cantone
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Friday 16 march 2012 5 16 /03 /Mar /2012 12:07

 L’io si è sostituito al noi, con la complice assenza d’un pensiero politico che una volta si sarebbe espresso sul senso stesso di una società strutturata soltanto di "protagonisti"

 

Articolo del 30 - 03 - 2010

 

Partiamo dalla constatazione, amara,

che il progetto di almeno due generazioni è fallito:

il progetto di una società senza ingiustizie

e senza differenze, priva delle disuguaglianze ereditate,

ricca della ricchezza dell’altro, tesa al cambiamento

delle condizioni classiste e sessiste


Lo sguardo sulla realtà contemporanea può ammantarsi del disilluso pragmatismo, del languore insoddisfatto del sé, del rinfocolare l’animoso desio di guerreggiare, o ancora della distanza critica che veleggia verso l’eremo, seppur pensoso. Queste paiono essere alcune fra le prime reazioni al difficile compito che spetta ad ogni individuo nella vita: quello di decrittare il mondo, per com’è o per come sembrerebbe che fosse.
Partiamo dalla constatazione, amara, che il progetto di almeno due generazioni è fallito: il progetto di una società senza ingiustizie e senza differenze, priva delle disuguaglianze ereditate, ricca della ricchezza dell’altro, tesa al cambiamento delle condizioni classiste e sessiste. La cultura che esprimeva questi contenuti “nobili” – perché pensati e anche perseguiti senza alcun fine personalistico –  si è dovuta arenare sulla spiaggia d’una società di opportunisti e di amorali, composta da individualità egocentriche e tese al proprio benessere.
L’io si è sostituito al noi, con la complice assenza d’un pensiero politico che una volta si sarebbe espresso sul senso stesso di una società strutturata soltanto di "protagonisti"; la sollecitudine d’una strategia culturale messa in atto per non innovare la stanca classe dirigente ha ottenuto almeno un risultato, quello di non immettere competenze in un mondo che ne richiede molte e di raffinate.
La virtù sociale principale resta quella di contare qualcosa sul piano economico e nel campo del potere: tutto questo deriva da lontano, dale nebbie della Storia, ma anche dagli anni ottanta del Novecento il che equivale a dire che dopo il reaganismo siamo giunti, quasi in maniera indolore, agli anni del berlusconismo patologico.
I muscoli alle varie nazioni il potere politico li ha davvero mostrati tutti: son trascorsi quarant'anni di deregulation, quarant'anni in cui s’inventano ancora guerre contro paesi ricchi di petrolio, quarant'anni di falcidianti aggiustamenti al “sapere” per modificarne la destinazione d’uso e renderla così organica alle nuove produttività; sono stati anni di negazione delle libertà individuali poiché frattanto il mondo cambiava. Ingenti numeri di trasmigrazione planetaria hanno imposto verità e condizioni astutamente mai colte nella loro specifica e dolorosa identità: il povero che s’affaccia al mondo affluente del ricco trasmette l’altro volto di un medesimo alveo culturale. Sono in quanto posso, la formula magica in grado di ravvivare gli asfittici lombi del mercato mondiale delle coscienze.
Apparirà pure moraleggiante tale approccio al problema delle convivenze coatte che la contemporaneità ci impone, ma resta indiscusso un dato, tragico e vero nella sua semplicità: la distanza tra alto e basso, tra  benessere e democrazia, tra condivisione e personalismo aumenta.
Salire sui tetti, come stanno facendo coloro che rischiano o che perdono il posto di lavoro, è un modo per segnare la presenza dei citatdini fantasmi; fantasmatiche parvenze di umani che s’aggirano nei salotti buoni della conmunicazione in cerca di una visibilità necessaria per perorare la propria causa ed affermare le proprie ragioni. Essere è l’apparire, non si può, non si deve disgiungere le anime che sorreggono le nuove individualità. Anche questa “perfetta” dualità viene da lontano, dagli anni del boom economico mondiale.
Con una geniale capacità di anticipazione critica sulla loro, coeva, “modernità” e sorretti da una sempre più rara qualità  ironica, due personaggi importanti per l’immaginario e la cultura del Novecento, Thomas Stearns Eliot e Groucho Marx, erano entrati – per desiderio del poeta inglese – in relazione epistolare, scambiandosi foto e lettere per alcuni anni (dal 1961 al 1965, anno della scomparsa di Eliot). In una sua lettera Eliot chiosava così l’avvenuto incontro tra i due, varie volte rinviato: «La tua foto sui giornali e la tua dichiarazione (che sei venuto a Londra anche per conoscermi) ha fatto salire alle stelle le mie quotazioni nel quartiere, soprattutto con l’ortolano qui di fronte. È evidente che sono diventato anch’io un personaggio importante » (in: G. Marx, O quest’uomo è morto o il mio orologio si è fermato, Einaudi editore, Torino 2001, p. 93). Era il giugno del 1964, la massa critica dei reality show era ancora da venire, la luna non era ancora divenuta un fenomeno televisivo e, per un pezzetto almeno, apparteneva ancora agli innamorati. Nei teatri poteva risuonare, senza scandalo per gli astanti, l’orgoglioso rifiuto di un Cyrano di darsi da fare per vedere il proprio nome scritto sul Mercurio francese. Il silenzio regnava nelle notti senza la scorribanda catodica notturna e le carriere dipendevano ancora dalle vocazioni a volte autentiche.

Di Gaetano Cantone
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  • artista architetto graphic designer pubblicista
  • Gaetano Cantone (1951) artista, architetto e designer. Alcuni libri: Le forme dell’ironia (1985), Inquisire il futuro (1987), De brevitate artis (1998), Mater/Venus (2005), La bellezza inquisita (2008). Molte mostre collettive e personali.

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