Lunedì 28 settembre 2009

I cittadini sono soli dinanzi al ‘feudatario’ di turno e la forma/partito è ormai priva di senso


Articolo da il Quaderno n° 548 del 13 - 09 - 2009

di Gaetano Cantone

Un progetto politico condiviso
ha bisogno sì di un cambio della guardia
ma, soprattutto, di una mutazione culturale.
L’aggregazione dovrà conoscere
“davvero” i diversi soggetti
e le istanze che esprimono

Le cose da dire sulla contemporaneità sarebbero moltissime se non vi fosse quel naturale senso del riserbo intimidito dalla complessità e dalla necessaria discrezione, come presso il capezzale di un moribondo, ad impedirlo. Soprattutto se si tratta dell’identità culturale (e politica) dell’Italia d’oggidì.

Quale Italia? La nazione in cui un uomo senza lavoro arriva al punto alto della disillusione e della disperazione da sterminare l’intera sua famiglia e provare il suicidio? La nazione in cui una madre per poter nutrire il proprio figliolo deve condurlo in un ospedale? Oppure questa è la nazione in cui le membra disfatte di un intero popolo stringono poco del grande progetto di cambiamento nato dalla guerra contro il nazifascismo?

La tensione utopica verso una società fondata sulla democrazia partecipativa sembra essersi arenata dinanzi alla debordante arroganza dei poteri forti; sempre più forti, anche grazie alla debacle culturale dei cittadini, sempre più “asini” come figuravano Podrecca e Galantara tantissimi anni fa.

I cittadini sono infatti sempre più “soli” dinanzi al feudatario di turno, mentre non ha più senso la forma/partito ereditata dall’ultimo cinquantennio. La caduta di una tensione costruttiva pare evidente nelle relazioni tra le parti sociali: non abbiamo da discettare su un modello di futuro possibile perché l’oggi deborda dai propri – storicizzati – confini fino ad includere le dimensioni dell’incubo.

Questa nazione, o meglio la classe dirigente di questa nazione non ha progetti che siano in grado di coinvolgere tutti i cittadini. La nostra è diventata una nazione senza scuola, senza una cultura formativa in grado di mutarsi in parametro etico e politico assieme. Questa è una nazione che non ha nemmeno più la deprecata borghesia d’un tempo: il ceto dominante di oggi non ne ha più l’altezza antropologica e non può godere nemmeno della connotativa disillusione, non a caso tutta “borghese”.

È anche vero che la difficile relazione tra progetto e necessaria dose di realismo, spesso invocata come suprema ratio dal potere d’ogni tipo, ha vita impervia per l’incapacità dei poteri esistenti di cogliere la “sfida” della complessità. Claudio Magris pone una riflessione sulla distonia cooperante tra Utopia e disincanto: "… L’utopia che si crede già realizzata, e che indica una meta precisa da raggiungere, è falsa e pericolosa, fa violenza alla realtà e agli uomini. Il disincanto ci ricorda che non siamo nella Terra Promessa, che la bacinella del barbiere non è, come crede don Chisciotte, il fatato elmo di Mambrino, che Dulcinea è la rozza Aldonza, che il mondo non è redento e non lo sarà neanche domattina. Ma tutto questo rafforza il cammino verso la Terra Promessa, come per Mosé, che pure non vi mise mai piede, ma continuò a camminare verso di essa…. " (C. Magris, Fra il Danubio e il mare, Garzanti, Milano 2001, p. 36). Se non fosse stato per l’insieme dei motivi sottesi alla figura analogica di Mosé non avremmo il primo presidente nero negli U.S.A., nostro contemporaneo, e su ciò che comporta in termini di ripensamento dell’Occidente borioso ma solitario. Un progetto politico condiviso, sebbene abbia bisogno ormai di un cambio della guardia, necessita soprattutto di una mutazione culturale per l’aggregazione capace di conoscere “davvero” i diversi soggetti sociali e le istanze che esprimono; anche di elevare la soglia critica dinanzi agli imperanti modelli esistenziali sempre più individualistici e tracimanti piccole chiose su piccoli interessi soggettivi. Che la politica torni a parlare il “noi”, la nazione lo farà di certo.


Di Gaetano Cantone
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Lunedì 28 settembre 2009

Quale il parametro della sfida che ogni generazione lancia alla propria realtà, nel proprio contesto

Articolo da il Quaderno n° 550 del 27 - 09 - 2009


Ciò che ha contraddistinto
gli anni in cui si provava
a parlare di domani
e  di autodeterminazione
è stata la serietà
degli intenti, delle analisi
anche quando le premesse
erano precarie,
della verità che ciascuno
perseguiva


di Gaetano Cantone

Che si abbia un futuro a disposizione dipende da tante variabili tra cui credo primeggi l’idea stessa di futuro. Il progetto di futuro e la qualità di vita in esso perseguita determinano il vero parametro della sfida che ogni generazione lancia alla propria realtà, nel proprio contesto.

Per molto tempo ho avuto nostalgia per l’idea di futuro che aveva la generazione di coloro che hanno ricostruito la nostra nazione e l’Europa, a pezzo a pezzo, dopo la seconda guerra mondiale del Novecento; nostalgia per il grado di consapevolezza delle difficoltà da affrontare e per il livello della tensione “costruttrice” ed innovativa.

A motivo dell’orgoglio dei padri fondatori dell’Italia repubblicana c’è stato il Novecento in quanto tale, con la cultura del fare legata ad un’idea di esistenza orgogliosa dei propri traguardi e con la velocità sinaptica (nell’infanzia della tecnologia) imposta alla lettura della realtà e alla sua modificazione.

Il timore del cambiamento, dopo gli anni dell’orrore diattoriale e i duri anni della Guerra, è stato affrontato dai “padri” con onestà intellettuale, non negandosi il senso degli ostacoli economici e sociali, assumendo anche la frugalità come scenario possibile ma pervenendo, nel giro di pochi anni, al cosiddetto boom del benessere.

Allorquando la mia generazione s’è affacciata al mondo e alla “formidabile” sua “necessaria”, “ineludibile”, “improrogabile” ed “urgente” renovatio, cogliendovi i motivi di un nuovo cambiamento, l’idea di futuro che abbiamo posto alla nostra attenzione desiderante è stata legata inestricabilmente all’idea di libertà. Anche alla libertà dai canoni repressivi dei nostri padri, per quanto a loro volta combattenti per la libertà.

Di quale libertà si è parlato tra noi e di quale futuro si è trattato? Quanto della dimensione egalitaria e fraternizzante dei maldigeriti “anni della contestazione” è restato?

Perché, alla fine, l’idea di futuro s’accompagna, nelle annate migliori, all’idea di libertà? Forse che avere un piccolo padre che pensi a noi o giacere nel sonno tranquilli senza che nessuno possa “rubarci la bicicletta”, of course lasciata incustodita fuori dalla porta della nostra magione, non rappresenti la placida vita trascorsa lungo un fiume tranquillo?

Nel cercare la libertà nella responsabilità è chiaro che i diversi ovattamenti paternalistici rendono subalterni i cittadini: li inferiorizzano e li infantilizzano anche dinanzi ai temi della conoscenza, recando alla luce il patologico controllo della realtà che i censori di turno perseguono.

Se la militanza nella libertà assume ciascuno di noi come “capace di intendere e volere”, responsabilmente, allora ciascuno di noi diviene anche artefice del proprio futuro: progettandolo, ipotizzandone i contorni possibili ed i mutamenti cui si è destinati.

La mia generazione s’è scontrata di fatto con i cambiamenti: con le involuzioni e con i piccoli-grandi progressi, con la difesa dello status quo e con le utopie, con la forza individualizzante del capitalismo e la spersonalizzazione dei “collettivismi”, con la plausibilità del male e la fragilità del bene, ma nella certezza che il futuro non fosse possibile senza libertà, anzi che non fosse nemmeno “dicibile” senza cultura della libertà.

Frattanto non sappiamo cosa offrire alle nuove generazioni mentre guardiamo alla loro “reale” fragilità con un’indulgenza paternalistica che non può certamente competerci: se i pezzi di futuro vanno costruiti quando si è giovani bisognerà ricordarsi, quando enunciamo l’opzione della consapevolezza, che “gli uomini senza idee subito vanno a fondo”, proprio come recitava una canzone dei tardi anni sessanta, nel lontano secolo scorso, quando tutte le parole erano importanti per formulare l’ipotesi di un mondo, per forza di cose migliore.

Ho però l’obbligo di rammentare: ciò che ha contraddistinto gli anni in cui si provava a parlare di futuro e di libertà è stata la serietà degli intenti, la serietà delle analisi anche quando le premesse erano precarie, la serietà della verità che ciascuno perseguiva con i limiti propri di ogni nuova generazione che si affaccia alla vita, la serietà delle poetiche esistenziali che son servite come puntello per quel “futuro” incompiuto ed imperfetto che è, invece, il nostro tiepido oggi.

Di Gaetano Cantone
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Lunedì 10 agosto 2009

I soggetti politici un tempo autonomi versano irrimediabilmente in uno stato comatoso

Articolo da il Quaderno n° 544 del 05 - 07 - 2009

di Gaetano Cantone

Duttilità, mobilità, adattabilità,
liquidità sono alcune delle categorie
affermatisi anche nel mercato del lavoro,
i parametri, elastici e leggeri,
di cui ci si ammanta nella comunicazione,
evadendo le domande sul senso del sé

La modernità è divenuta un contesto "antico", già conosciuto, ma ancora iterativo e compulsivo. Parlare del nuovo senza che lo si conoscesse davvero è stato il dramma del “moderno” nella sua lenta agonia. Non si è accettata l’idea che il nuovo avesse necessità non solo di un lessico all’altezza ma di formazioni culturali in grado di accoglierne la tensione.

Eppure, anche con la propria bolgia retorica e con le chiose apportate dai ragionieri dell’anima, il mutamento è stata forse la condizione ultima della modernità, l'ultima chance, ereditata coattivamente dal Novecento.

C'è da chiedersi se esista una risoluzione per il conflitto tra la statica e nobile perennità del pensiero occidentale ed il suo inverarsi, invece, nella prassi di un post-capitalismo nella sua fase cruciale e violenta della crisi delle regole o della loro innecessità nei contesti relazionali umani.

Le domande che ci si pone oggi, dopo l’ultima deriva solipsistica della cultura italiana, sono pressappoco queste: si può forse sospendere e fermare la trasformazione, cui siamo subalterni per mezzi, mentre la tecnologia assomma successi? Si possono forse evitare i cambi di stagione nel sistema delle conoscenze? Si può non aprire gli armadi muffiti e, rivoltandoli sottosopra, approdare ad un silenzio operoso dopo il clamore dei lustrini massmediatici? Perché l’orizzonte della notorietà viene sempre anteposto al fare? Possibile che in un paio di generazioni si siano bruciate tutte le riserve aurifere della frugalità culturale?   

Si dice che il flusso delle coscienze, anche quello delle più avvertite, non stia lasciando tracce importanti nelle dinamiche sociali e associative (o di riflessione, per gruppi) sui modelli esistenziali individuati oltre ad avere scarsità di "peso" politico. Tutt’al più contribuirebbe a stendere una patina gentile e virtuosa di critica allo stato attuale del sistema ma non producendo “senso” che possa essere condiviso almeno nei prossimi cinque anni, divenendo risolutivamente aggregativo.

Si pensi al decadimento d'attrazione della politica e proprio nell’accezione ereditata dalla cultura laica, riformista e libertaria: la condizione in cui si trovano quelli che erano, a partire alla fine degli Cinquanta del Novecento, definibili come soggetti politici autonomi - perché autonomamente portatori di istanze - è irrimediabile dallo stato comatoso e disaggregato in cui versa. La scomodissima asserzione che tutto sia oramai compiuto non convince però; non convince, perché sembra che un popolo di attenti cittadini pensanti vada di nuovo scegliendo i propri interlocutori e, quindi, gli attori di diversi processi del sapere.

Sappiamo anche però che, a disdoro dell’intelligenza italiana, gli accademici dell’alternativo ci sono stati e una volta occupate le case editrici, invase le cattedre universitarie, sollecitate le carriere istituzionali, non restava loro molto altro da fare se non compiacersi dei propri spazi autoreferenziali. Tutto questo è accaduto a causa di una coazione produttivistica, dove l’apparire ha sostituito il pensiero, dove tutto ed il suo contrario conservava arrogantemente l’aura sacra e deleteria della cultura elitaria. Senza dimenticare che siamo riusciti a farne un ambito asettico, super partes, senza debiti nei confronti della prassi, privo della necessità d’impegno nelle scelte etiche e “incolore”. Per di più, gli ultimi anni hanno apportato alla produzione culturale nazionale un elevato tasso di inetto e vanitoso sentimentalismo.

Cosa opporre a quella che viene considerata la forza senile del capitalismo occidentale e ai suoi molteplici travestimenti? Ripensare al mondo daccapo, quando tutto sembra consistere nella capacità di "inventare" un'immagine persuasiva di sé stessi? È solo una crisi di "valori", messi per giunta in cattiva propaganda? Se fosse così allora vorrebbe dire che l’antichissimo e modernissimo “nuovo” insiste su un’identità non più spendibile, legata al mito - già tayloristico - dell'efficienza e a quello della duttilità (apparente) di derivazione post-moderna, o meglio, nato dalle ceneri della modernità.

Duttilità, mobilità, adattabilità, liquidità sono solo alcune delle categorie affermatisi anche nel mercato del lavoro e che costituiscono i parametri, elastici e leggeri, di cui ci si ammanta nella comunicazione, lasciando inevase le domande sul senso del sé. Come può la conoscenza adempiere ad un compito così gravoso come quello dell’emancipazione dallo stato di stordimento sinaptico di quest’agonia della modernità? 

Ritenere che la presunta interattività virtuale copra come un sudario la non disponibilità tecnica dei mezzi nega di fatto il ruolo del sapere scientifico relegandolo ai margini funzionali dell’antica modernità ereditata. Sì, perché si dimentica che d’eredità si tratta e della peggior specie, per giunta, visto che il “nuovo” dei nostri padri aveva una missione da compiere: traghettarci verso un futuro radioso e privo di incubi.

 

(titolo redazionale)

Di Gaetano Cantone
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Lunedì 10 agosto 2009

In Italia, lo stato dell’arte in campo culturale è sovraffollato, spesso, di mediocri senza talento

Articolo da il Quaderno n° 546 del 19 - 07 - 2009

di Gaetano Cantone

Tutti sono in vetrina, tutto diviene “evento”
anche quelle serate alla bocciofila del paese.
Cosa c’è dietro questo protagonismo
smanioso di successo e affermazione?
Un malessere simile discende dall’assenza totale
di un obiettivo della cultura

Da qualche parte dell’universo c’è la risposta ai nostri perché e ai nostri travagli, dicono. Vi è un qualche luogo, dicono, dove lo sciamano, incallito nel proprio pragmatismo, e il candido avrebbero tra le loro mani la risposta che tutti cerchiamo. Insomma, ci sarebbe una sosta da fare, dicono, prima di inarcare le spalle per il cammino erto, lungo i percorsi in salita offerti dalla conoscenza e a causa dei difficili intendimenti della realtà che il sapere a volte comporta. La ricerca della verità insiste ancora sull’orizzonte morale (e su quello culturale) dell’uomo contemporaneo? Si deve qui intendere la verità nella sua qualità “quotidiana”, come frutto di quella porzione di saggezza tranquilla, tanto cara alle derive reazionarie.

La complessità della macchina culturale è tale che ogni testo (in senso ampio e transeunte nella propria semantica), qualsiasi prodotto, ciascuno degli “autori”, tutti i chierici e quelli votati ad esserlo, imbarcano spesso acqua sulle proprie zattere, offrendo il fianco alle bordate della critica assassina e non consolatoria.

Miranti le stelle (fredde e distanti) gli intellettuali italiani sono in uno stato d’autismo e d’ipocondria silente: tutti, ripeto, colti dal malore della assenza: in Italia, lo stato dell’arte in campo culturale è sovraffollato. Spesso di mediocri senza talento. Scomparso quel necessario rigore che avrebbe sfoderato finanche una scolaretta umbertina in vena di notazioni gozzaniane, la maggior parte della produzione culturale (artistica, letteraria, storica, musicale, teatrale, poetica…) - quella che diviene libro, mostra, concerto, spettacolo…, per intenderci - sembra votata ad una vita senza il balsamo corroborante della filologica nettezza nei confronti delle proprie discipline. Sono moltissimi a far visita ai grandi mutuando, copiando, rifacendo, scarabocchiando, agognando. Si punta alle vette dei maestri ma non si rischia un solo dubbio circa i parametri utili a far distingui, e non si giunge alla pace operosa e frugale dell’animo cogliendo il senso del proprio operato. La consapevolezza interiore dei propri processi creativi ed ideativi resta ancillare dinanzi allo sciabordio di un ego in perenne fibrillazione solipsistica.

Quanti e quali sono i militanti nel "settore culturale" - come recita il lessico buro-autocratico - che, con fare sacerdotale, ammansiscono verità da fiera delle banalità? Perfino soggiogando un pubblico tornato infantile e annettendo all’aere sacro, dove pascolano i lettori mitici della provincia italiana, le chiose assolutistiche dei distratti di sempre. Essere "protagonisti" è divenuto un dogma; protagonisti fieri ed assoluti seppure di qualche operetta viennese in cui l'eroe avrà vita lunga e felice.

Dal comportamento si deducono alcune considerazioni sulla relazione tra mente dell'individuo e la realtà in cui è immesso e come affermano Ford e Lerner "…il comportamento è una proprietà della vita, si riferisce a tutte le funzioni biologiche, psicologiche e di azione, e alla loro organizzazione in modelli complessi" (in: D.H. Ford. R.M. Lerner, Teoria dei sistemi evolutivi, Raffaello Cortina, Milano 1995, p. 204).

Si sarebbe tentati di far discendere da questa severa valutazione antropologica anche l’analisi della produzione, dell’organizzazione e della veicolazione della cultura italiana. La condizione prima cui essa assomiglia è quella di un borbottio alternato a un chiassoso ciarlare. Come dire che tutti sono in vetrina, tutto diviene “evento” anche quelle serate alla bocciofila del paese. Cosa c’è dietro questo protagonismo smanioso di successo ed affermazione?

Un malessere simile, perché tale sono i sintomi, discende dall’assenza totale di un obiettivo della cultura italiana nel suo insieme, dall’assenza di progetti di conoscenza emancipanti dai modelli omologanti e non di maquillage, tanto cari ai salotti nostrani. Nel tempo serio delle crisi serie (economiche, politiche, sociali e culturali), come quella che attraversiamo, si rende vitale il rigore e improcrastinabile la selezione qualiquantativa: le risorse non sono immense, bisogna ponderare, soppesare, valutare costi e benefici (e non solo in termini di mero “incasso” mercantile) degli investimenti. Tutto l’apparato formativo della nazione ridiviene punto nodale di un’identità del terzo millennio; averla svalutata per inseguire un approccio competitivo e riduttivo (nell’accezione ampia del termine) non ha portato lontano. Siamo, anzi, punto e a capo. Versiamo nello stato di cronica indigenza formativa di eccellenza, nonostante i proclami dei tanti “intelligenti” al potere. La maggior parte degli intellettuali italiani continua a “comportarsi” (per l’appunto) come una casta chiusa senza costrutto: molti di essi, troppi, sono stanchi e senza idee. Come la nazione, senza progetto.

(titolo redazionale)


Di Gaetano Cantone
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Martedì 7 luglio 2009

La vita delle relazioni si è allungata, oggi non deve più sottostare ai confini temporali

Articolo da il Quaderno n° 543 del 28 - 06 - 2009

di Gaetano Cantone

L'incremento tecnologico
ha introdotto virtualità
nel senso fisico ed emotivo.
Si sono imposte modalità relazionali
per le quali l’assenza integrale della fisicità
degli attori è stata dapprima tollerata,
poi data per scontata.

Secondo quanto sosteneva già Jeremy Rifkin in un suo articolo apparso tempo fa - nel dicembre 2006 - sul Washington Post è ormai consolidato il dato che la maggior parte del genere umano abita in città, o meglio in quei luoghi che tenderanno a trasformarsi in megalopoli; dando vita alla specie dell'Homo Urbanus e arrecando, entro il 2042, un sostanzioso contributo all'implementazione della popolazione del pianeta.

Dall'inizio del terzo millennio, saremo circa 9 miliardi di donne e di uomini – su gran parte del “costruito”, che rappresenta il vero regno dell'Homo Artifex – a far capriole per sopravvivere sull’unica superficie calpestabile - il nostro pianeta - che non è sostanzialmente mutata sebbene si sia sottratto spazio al mare.

Possiamo anche affermare che l'Homo Artifex ha ceduto il passo all'Homo Urbanus dato che ha lasciato il proprio immaginario – di operoso ed ingegnoso artigiano della (e nella) realtà percepita – a un essere che è tecnologico fino alla virtualità esistenziale.

 

Cosa è mutato e cosa, come un grande nuovo sistema interattivo dei modi di vivere, sta mutando sotto i nostri occhi?

Le tensioni sociali della specie umana urbanizzata sono certamente cresciute da quando fu scoperta la macchina a vapore: ampi margini d’indipendenza dalle risorse "naturali" hanno consentito la vita urbana prima e metropolitana poi, passaggio questo tanto delicato da non potersi lasciare soltanto ad un’interpretazione quantitativa.

La vita della città e degli uomini e delle donne, in essa insistenti, si è quindi allungata. La vita s’è allungata nella notte che conserva i suoi “misteri” avendone creato altri nuovissimi, violenti e costantemente mutanti. S’è allungata la barriera produttiva e funzionale tra giorno e notte, tra lavoro e riposo, immettendo pragmatici nuovi mestieri al servizio funzionale della notte; è icona del tempo che fu il fornaio insonne e vociante nelle strade notturne. Una vita delle relazioni allungata senza dover sottostare ai confini temporali.

S’è allungata pure la lista delle azioni compiute da ciascuno nell’intervallo di tempo attivo; è inoltre divenuto impossibile dividere l’arco dell’intera giornata in segmenti separati: tutto tende a fluidificarsi nell’uno e l’uno nel tutto, nonostante le buone intenzioni di programmazione.

 

Ciò che consente questa vita allungata è dato dall'incremento tecnologico (informatico per lo più) che introduce virtualità nel senso fisico ed emotivo ed in tutte le direzioni. Si sono determinati cambiamenti per i ruoli finendo con l’imporre modalità relazionali – in pratica negandole - per le quali l’assenza integrale della fisicità degli attori dell’interfaccia è stata dapprima tollerata e data per scontata poi. Ne deriva che sebbene siamo soggetti alla coazione interattiva ci avviamo verso una fase della socialità in cui saremo adusi ad anestetizzare il dolore dell’assenza dell’altro.

L’altro da destinatario delle mie pulsioni ed intenzioni costruttive diviene il mio interlocutore possibile ma non accertabile; l’altro avrà dinanzi a sé stesso – come me d’altronde – uno schermo, quel desktop che “tutto” di me contiene, includendo le mie parole, la mia immagine e la mia voce. I sussulti relazionali – corpo, odori, contestuale spazialità – saranno compensati da diversi “media” ma non gratificati.

 

Il concetto/corpo di altro può contenere l’intero-città perfino, ma s’intende una città (uomini, cose e case) non determinata dalla propria articolazione fisica e, per l’appunto, non soggetta al travaglio delle relazioni e alla loro oralità che invece va fluidificandosi in un “dire” analfabetizzato e senza dialettica reale, sebbene i mezzi informatici abbiano un assetto tecnologico davvero intrigante per il raggiunto livello di sostituzione e/o di simulazione.

 

Anche il tempo della percezione sensoriale della realtà tende così a deflagrare in un eterno presente – ora e qui – che non possiede i segni della memoria e che non vuole fare i conti con il progetto, risultando le condizioni del “passato” e del “presente” inibenti per la soggettività espressiva dell’individuo-massa. Inoltre l’artificialità urbana compie da secoli la propria catarsi nell’estromettere la naturalità incontrollata: il proprio esistere non consente se non il controllo, se non la dominazione e l’irreggimentazione di tutto quanto interviene in relazione con i suoi abitanti: il parco, da sempre il giardino conclusus e l’aiuola sono traccia, soltanto traccia, di uno splendente retaggio di un’ingombrante Mater Natura. D’altronde tutto il paesaggio è atto antropico, è il risultato del lavoro dell’Homo artifex che ha abbracciato la velocità - e con essa i miti sottesi – come nauta e compagna di strada. Non c’è allo stato delle cose una possibile via del ritorno ad un prima virtuoso; c’è solo la comprensione del pezzo di strada ancora da compiere e delle potenzialità e risorse su cui poter contare. Il resto è vanità ingenua o arrogante.

(titolo redazionale)

Di Gaetano Cantone
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Presentazione

Profilo

  • : Gaetano Cantone
  • gaetano-cantone
  • : Uomo
  • : artista architetto graphic designer
  • : Gaetano Cantone (1951) artista, architetto e designer. Alcuni libri: Le forme dell’ironia (1985), Inquisire il futuro (1987), De brevitate artis (1998), Mater/Venus (2005), La bellezza inquisita (2008). Molte mostre collettive e personali.

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