I cittadini sono soli dinanzi al ‘feudatario’ di turno e la forma/partito è ormai priva di senso
Articolo da il Quaderno n° 548 del 13 - 09 - 2009
di Gaetano CantoneUn progetto politico condiviso
ha bisogno sì di un cambio della guardia
ma, soprattutto, di una mutazione culturale.
L’aggregazione dovrà conoscere
“davvero” i diversi soggetti
e le istanze che esprimono
Le cose da dire sulla contemporaneità sarebbero moltissime se non vi fosse quel naturale senso del riserbo intimidito dalla complessità e dalla necessaria discrezione, come presso il capezzale di un moribondo, ad impedirlo. Soprattutto se si tratta dell’identità culturale (e politica) dell’Italia d’oggidì.
Quale Italia? La nazione in cui un uomo senza lavoro arriva al punto alto della disillusione e della disperazione da sterminare l’intera sua famiglia e provare il suicidio? La nazione in cui una madre per poter nutrire il proprio figliolo deve condurlo in un ospedale? Oppure questa è la nazione in cui le membra disfatte di un intero popolo stringono poco del grande progetto di cambiamento nato dalla guerra contro il nazifascismo?
La tensione utopica verso una società fondata sulla democrazia partecipativa sembra essersi arenata dinanzi alla debordante arroganza dei poteri forti; sempre più forti, anche grazie alla debacle culturale dei cittadini, sempre più “asini” come figuravano Podrecca e Galantara tantissimi anni fa.
I cittadini sono infatti sempre più “soli” dinanzi al feudatario di turno, mentre non ha più senso la forma/partito ereditata dall’ultimo cinquantennio. La caduta di una tensione costruttiva pare evidente nelle relazioni tra le parti sociali: non abbiamo da discettare su un modello di futuro possibile perché l’oggi deborda dai propri – storicizzati – confini fino ad includere le dimensioni dell’incubo.
Questa nazione, o meglio la classe dirigente di questa nazione non ha progetti che siano in grado di coinvolgere tutti i cittadini. La nostra è diventata una nazione senza scuola, senza una cultura formativa in grado di mutarsi in parametro etico e politico assieme. Questa è una nazione che non ha nemmeno più la deprecata borghesia d’un tempo: il ceto dominante di oggi non ne ha più l’altezza antropologica e non può godere nemmeno della connotativa disillusione, non a caso tutta “borghese”.
È anche vero che la difficile relazione tra progetto e necessaria dose di realismo, spesso invocata come suprema ratio dal potere d’ogni tipo, ha vita impervia per l’incapacità dei poteri esistenti di cogliere la “sfida” della complessità. Claudio Magris pone una riflessione sulla distonia cooperante tra Utopia e disincanto: "… L’utopia che si crede già realizzata, e che indica una meta precisa da raggiungere, è falsa e pericolosa, fa violenza alla realtà e agli uomini. Il disincanto ci ricorda che non siamo nella Terra Promessa, che la bacinella del barbiere non è, come crede don Chisciotte, il fatato elmo di Mambrino, che Dulcinea è la rozza Aldonza, che il mondo non è redento e non lo sarà neanche domattina. Ma tutto questo rafforza il cammino verso la Terra Promessa, come per Mosé, che pure non vi mise mai piede, ma continuò a camminare verso di essa…. " (C. Magris, Fra il Danubio e il mare, Garzanti, Milano 2001, p. 36). Se non fosse stato per l’insieme dei motivi sottesi alla figura analogica di Mosé non avremmo il primo presidente nero negli U.S.A., nostro contemporaneo, e su ciò che comporta in termini di ripensamento dell’Occidente borioso ma solitario. Un progetto politico condiviso, sebbene abbia bisogno ormai di un cambio della guardia, necessita soprattutto di una mutazione culturale per l’aggregazione capace di conoscere “davvero” i diversi soggetti sociali e le istanze che esprimono; anche di elevare la soglia critica dinanzi agli imperanti modelli esistenziali sempre più individualistici e tracimanti piccole chiose su piccoli interessi soggettivi. Che la politica torni a parlare il “noi”, la nazione lo farà di certo.
Commenti recenti